yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Pakistan, il gigante dai piedi d’argilla

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venerdì 20 gennaio 2012

Pakistan, il gigante dai piedi d’argilla


20 Gennaio 2012


Il rapimento di un cooperante italiano nella regione investita da un’alluvione mostra un paese in pericolo

Dal Pakistan giunge la notizia del sequestro di un cooperante italiano, Giovanni Lo Porto, rapito inseme a un suo collega olandese, Bernd Johannes nel Punjab, dove lavoravano a progetti di soccorso e ricostruzione nella regione investita da una terribile alluvione che in Occidente non ha fatto molto notizia, ma che per il paese ha rappresentato un disastro epocale.

UN PAESE DIMENTICATO - Dimenticato dai media occidentali, il Pakistan rappresenta tuttavia una degli attori fondamentali della grande agitazione che ha percorso in questi anni i paesi musulmani. Il Pakistan è un gigante musulmano con centocinquanta milioni d’abitanti, tradizionalmente sostenuto dagli Stati Uniti prima come bastione contro Russia e India e ora contro la Cina. Un gigante militarizzato fin dai tempi della partizione dell’India e costantemente in guerra fin dagli anni ’70, quando i massacri dell’esercito pakistano in Bangladesh (all’epoca ancora East Pakistan e unito al West a formare un solo stato) determinarono l’intervento indiano e l’umiliazione pakistana.

LA CORRUZIONE – Gli aiuti e l’influenza americana non hanno giovato molto al paese, che non è mai riuscito a darsi un governo regolarmente eletto che abbia portato a termine il suo mandato. Ricorrenti sono stati i golpe militari, mentre la classe politica non è riuscita ad andare oltre la formazione di partiti su base confessionale o feudale, tutti caratterizzati per una clamorosa predisposizione alla corruzione. La dinastia che regge il maggior partito del paese ha pagato un discreto prezzo di sangue a questa effervescenza. Alì Bhutto, venendo dopo i governi militari negli anni ’70, lanciò il programma per la “bomba atomica islamica” associandosi all’Iran dello Sha, ai sauditi e a Gheddafi, ma non bastò a conservargli la stima dei militari, che lo destituirono e impiccarono. La figlia Benhazir è saltata in un’attentato dopo che gli Stati Uniti avevano premuto per il ritorno del potere ai civili dopo la dittatura di Musharraf, così l’eredità del partito è passata al marito, Alì Zardari, che facendo le funzioni del figlio ha vinto le elezioni ed è diventato presidente.

AUTODIFESA - Il figlio, per quanto troppo giovane, è stato subito nominato a capo del partito, mentre ad Alì, soprannominato “Mr 10%” per la sua fama di corrotto, è toccata in sorte un’impresa assolutamente al disopra delle sue possibilità. Su tutti aleggia ancora l’esercito, che di fronte all’incapacità cronica della classe politica è ciclicamente accolto come salvatore dai pakistani, anche se non è che la corruzione nei ranghi dell’esercito sia poco diffusa. Solo il programma nucleare pakistano è l’unica impresa di rilevo che non sembra affetta da problemi, tanto che procede come un treno nonostante il Pakistan sia già una potenza nucleare e possa schierare un deterrente atomico più che sufficiente per le esigente di auto-difesa. Dall’India come da qualunque altro paese.

CARATTERISTICHE UNICHE - La classe militare pachistana peraltro ha caratteristiche uniche. Istruita in accademie militari dal sapore britannico ha sempre coltivato ottimi rapporti con l’Occidente, ma è riuscita anche a costruire rapporti di mutuo interesse con l’islamismo radicale e con le oligarchie del Golfo. Non è un mistero che quello del Pakistan sia l’esercito di riserva dei tiranni del Golfo, che da decenni forniscono miliardi di dollari ai militari pakistani, sia per lo sviluppo del programma nucleare che attraverso l’arruolamento di soldati e ufficiali a garantire la “sicurezza” di quei paesi, ma soprattutto quella dei rispettivi regnanti. Un buon musulmano era anche il generale Musharraf, che però all’indomani del 9/11 capì subito che il vento era girato e s’offrì come alleato nella guerra ai talebani. Non che ci volesse molto, lo stesso Musharraf disse che gli americani, chiedendogli diplomaticamente di scegliere la parte giusta nella “war on terror”, gli fecero presente che in caso di di risposta sbagliata gli Stati Uniti avrebbero “riportato il Pakistan all’età della pietra”.

INSORGENZE ARMATE – Musharraf è un uomo di mondo e trovò il modo di accontentare gli americani senza infierire sugli alleati estremisti, accanto ai quali aveva combattuto per anni e per di più su impulso degli americani, visto che la carriera di Musharraf è decollata proprio quando è stato inviato dai servizi pakistani (l’ISI) in Afghanistan, per sostenere i mujaheddin anti-sovietici per conto degli USA. Erano gli anni nei quali americani, pakistani, sauditi e afgani studiavano sugli stessi testi della Escuela de las Americas e i risultati si sono visti: una catena di insorgenze e contro-insorgenze armate che dura ormai da decenni, con il relativo corollario di torture e complicità con i peggiori criminali. Poi la storia è cambiata, l’impero sovietico è svanito, l’India è diventata partner privilegiato degli Stati Uniti e sul 9/11 sono restate le impronte di elementi di spicco dei servizi pakistani. Musharraf, prima capo dell’esercito e poi “presidente” golpista, diventa allora un ottimo alleato degli Stati Uniti.

LA TECNOLOGIA NUCLEARE – Tanto che quando nel 2003 diventa di pubblico dominio che il Pakistan ha ceduto tecnologia nucleare a Libia, Arabia Saudita, Iran (in virtù dell’accordo ricordato sopra) e alla Corea del Nord (in cambio di tecnologia missilistica), la cosa fa così poco scandalo che ancora oggi è ignota ai più. Gli americani tuttavia non riescono a domare i pakistani, non sono riusciti a ottenere il rispetto degli impegni presi dai militari e ci riescono ancora meno oggi con il governo civile, perennemente scosso da scandali e marette. L’idea di sostituire Musharraf con la “democrazia” non ha portato significativi vantaggi agli americani, che Bin Laden se lo sono dovuto andare a prendere da soli nelcuore del territorio pakistano. I militari aspettano, ma non stanno con le mani in mano, tanto che anche la “vergogna” della dittatura militare si sta lentamente sfocando nei ricordi e i pakistani hanno ricominciato a guardare l’esercito in un altro modo.

LA DEMOCRAZIA - Non che la società pakistana non aspiri alla democrazia, c’è anzi un grande fermento e la diffusione della rete ha moltiplicato le voci e con esse la denuncia di scandali e delitti, ma i pakistani non hanno potuto fare a meno di notare che in occasione della terribile alluvione il governo è letteralmente sparito e che solo i militari hanno organizzato e portato soccorsi. Così come non può fare a meno di notare l’incapacità del premier Gilani nell’ottenere il consenso dei suoi stessi compagni di partito e l’incombere di minacce giudiziarie che potrebbero anche far saltare il governo prima delle elezioni del senato in primavera. C’è infatti un terzo attore della politica pakistana, emerso al termine della dittatura, ed è rappresentato del sistema giudiziario e in particolare dall’equivalente della nostra Corte Costituzionale. Corte che non ha nascosto le sue perplessità sul valore dell’amnistia che permise il rientro di Benhazir Bhutto e del suo rivale Sharif dall’esilio, dove si trovavano per sfuggire ad accuse di corruzione e che ora vorrebbe concludere una vecchia inchiesta sul povero vedovo Alì.

I DOCUMENTI BANCARI – A tal fine ha chiesto al governo Gilani di autorizzare l’accesso a documenti bancari e di recepire altra documentazione dalla Svizzera, cosa che Gilani ha accuratamente evitato di fare, offrendo però alla Corte la possibilità di dichiararlo decaduto proprio per non aver rispettato quell’ordine e quindi l’ordine costituzionale. Non bastasse, l’ex ambasciatore a Washington è ora rifugiato proprio in casa di Gilani, sotto inchiesta per un memo che avrebbe passato agli americani, nel quale chiedeva protezione per un imminente golpe dei militati. Accusa che se fosse dimostrata porterebbe a una pesantissima condanna per tradimento e che già gli fa temere per la sua vita. Intanto il capo dell’esercito Kayani, che sostituì Musharraf con il gradimento del Dipartimento di Stato, vede salire ogni giorno i consensi per l’esercito e rafforza la sua posizione di unico interlocutore per gli americani, mentre un po’ gioca all’offeso per i raid americani in territorio pakistano (autorizzati fin dai tempi di Musharraf) e un po’ schiera l’esercito a difesa della “democrazia” e ad argine contro l’islamismo. Uno spettacolo già visto.(da "Giornalettismo.com")

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